Nel primo pomeriggio l’aria porta odore di pane dalla panetteria accanto a Porta Santa Maria del Mercato, ingresso principale al borgo di Corinaldo, nell’entroterra anconetano. Superato l’arco trecentesco, la vista si apre subito sulla Piaggia, la scalinata che sale dritta tra le case in laterizio. La luce di novembre scalda i muri rossi; una signora scende i gradini con la borsa della spesa, i tacchi risuonano tra le facciate.
A metà della salita, nel punto più fotografato delle Marche, compare un piccolo pozzo circolare con parapetto in pietra bianca. Qualcuno si ferma a leggere la targa, altri scattano una foto. Il Pozzo della Polenta è il cuore ironico di Corinaldo, un borgo medievale arroccato su un crinale a 203 metri, circondato da vigneti e campi coltivati. La leggenda racconta di un contadino che, stremato dalla salita, appoggiò un sacco di farina di mais sul bordo del pozzo. Il sacco cadde dentro e l’uomo si calò per recuperarlo. Le comari, non vedendolo riemergere, iniziarono a dire che stava facendo polenta laggiù sotto. Qualcuna aggiunse che ci voleva anche una salsiccia. Da allora i corinaldesi divennero i “polentari” e il borgo si guadagnò il soprannome di paese dei matti. Ancora oggi, ogni ultima domenica di aprile, la Festa dei Folli trasforma le vie in un palcoscenico di giochi e satira popolare.
Le mura e la struttura concentrica del borgo
La cinta muraria di Corinaldo misura 912 metri ed è tra le meglio conservate delle Marche. Costruita tra XIV e XV secolo, presenta torri, bastioni poligonali, torrioni circolari e pentagonali, porte fortificate e camminamenti di ronda in parte percorribili. Dalla Torre dello Sperone, il punto più alto con i suoi 18 metri, lo sguardo abbraccia la campagna ordinata che scende verso la valle del Nevola.
Il borgo ha una struttura concentrica ben leggibile: un primo anello medievale ampliato nel 1367, un secondo cerchio di mura innalzato nel 1480 e, all’esterno, una fascia alberata di tigli che segna il perimetro verde. Tutte le cerchie convergono verso Piazza del Terreno, il centro civile. Camminare lungo il perimetro fortificato significa osservare elementi difensivi rimasti intatti: guardiole, piombatole, merli. Porta San Giovanni e Porta Nova sono attraversate ogni giorno da auto e pedoni. Il laterizio unifica il paesaggio urbano: case e palazzi condividono la stessa tonalità rossastra. Salire sulle mura nel tardo pomeriggio restituisce il disegno complessivo del borgo, la geometria delle strade che si avvolgono verso l’alto.
Il pozzo: tra leggenda e storia documentata
Il pozzo originale venne costruito nella seconda metà del Quattrocento per volere di Antonello Accattabriga, signore locale, per garantire l’approvvigionamento idrico alle abitazioni lungo la salita. Fu interrato nei primi anni del Novecento durante la ristrutturazione della Piaggia. Negli anni Ottanta venne ricostruito come elemento scenografico per la Contesa del Pozzo della Polenta, rievocazione storica nata nel 1978 e celebrata la terza domenica di luglio.
La manifestazione ricorda l’assedio del 1517, quando Francesco Maria della Rovere tentò invano per venti giorni di conquistare la fortezza. Per il coraggio dimostrato, papa Leone X elevò Corinaldo al rango di città. La leggenda della polenta nel pozzo è però più antica e radicata della rievocazione stessa. Le versioni cambiano nei dettagli, ma concordano su un punto: la farina cadde, l’uomo si calò, le donne commentarono. Da questo episodio minimo nacque un’identità collettiva che dura da secoli. Il soprannome di “matti” non offende: diverte, distingue, unisce.
La casa che non c’è: la facciata di Scuretto
A metà della Piaggia, imboccando un vicolo laterale, compare una facciata sospesa. Porta, finestre, numero civico: tutto al suo posto. Ma dietro non c’è nulla. La Casa di Scuretto è una semplice quinta teatrale in mattoni. La targa racconta la storia di Gaetano, detto Scuretto, calzolaio e bevitore assiduo. Il figlio emigrato in America gli inviava denaro per costruire una casa dove tornare a vivere insieme. Scuretto spendeva tutto nelle osterie del borgo. Quando il figlio chiese una fotografia dei lavori, il padre fece costruire solo la facciata e si fece ritrarre affacciato a una finestra. La foto partì oltreoceano e l’inganno funzionò per poco. I soldi smisero di arrivare e la casa rimase incompiuta.
Oggi quella facciata è una sosta obbligata per chi visita Corinaldo: una storia di furbizia maldestra diventata memoria condivisa. Un pannello illustrato racconta l’episodio con disegni e fotografie d’epoca. La luce del pomeriggio colpisce il muro frontale e lascia in ombra il lato aperto, dove si vede chiaramente l’assenza di solai e pareti interne. L’effetto scenico continua a funzionare.
I “matti” come identità collettiva
Il libro I matti di Corinaldo, pubblicato nel 1981 da Mario Carafòli sulla base delle memorie del Cavalier Nicola Bolognini Bordi, raccoglie storie di personaggi realmente vissuti nel borgo. C’è Gnecco, che fece il bagno nudo nella fontana dopo aver bevuto troppo. C’è Pietrino Del Mosciuto, che scrisse al Presidente del Consiglio per protestare perché non era stato consultato prima della dichiarazione di guerra. C’è la leggenda del cannone di fico, costruito con un tronco per attaccare Montenovo: al primo colpo morirono sei uomini e il settimo dichiarò che l’arma aveva fatto il suo dovere.
Queste storie hanno costruito l’immagine di Corinaldo come luogo di ironia popolare e ingegno maldestro. Non follia vera, ma astuzia interpretata come stravaganza dai paesi vicini. Gli abitanti se ne sono appropriati, trasformando il soprannome in risorsa identitaria. La Contesa del Pozzo della Polenta, con oltre quaranta edizioni, è oggi la rievocazione storica più antica della provincia di Ancona. Le sartorie del borgo lavorano tutto l’anno per rinnovare costumi e accessori.
Spazi pubblici e vita quotidiana
Dalla cima della Piaggia si raggiunge Piazza del Terreno, cuore civile del borgo, su cui si affacciano il Palazzo Comunale settecentesco e l’ex Convento degli Agostiniani. La piazza è ampia, lastricata, attraversata da residenti e visitatori a ogni ora. Un bar mantiene i tavolini all’aperto anche a novembre. Poco distante si trova il Teatro Carlo Goldoni, ottocentesco, restaurato e riaperto nel 2005, oggi sede di stagioni di prosa, concerti e danza.
Nell’ex convento agostiniano è allestita la Civica Raccolta d’Arte Claudio Ridolfi, con opere del pittore manierista che visse a lungo a Corinaldo, reliquiari lignei del primo Seicento, una croce processionale in argento del 1615 e pale provenienti da chiese demolite nell’Ottocento. Il percorso è breve ma denso, organizzato in sale consecutive. Lungo le mura si incontra il Santuario di Santa Maria Goretti, dedicato alla santa nata a Corinaldo nel 1890; la casa natale si trova poco fuori dal centro, in contrada Pregiagna.
La Piaggia come ritmo del borgo
I 109 gradini della Piaggia scandiscono il movimento verticale del paese. In basso l’ingresso difensivo, al centro il pozzo della leggenda, in alto la piazza e gli edifici pubblici. Le case in laterizio sono abitate, con balconi fioriti e persiane verdi. Non ci sono negozi di souvenir invasivi: una bottega artigiana, una piccola enoteca. Il ritmo è lento, civile.
Turisti italiani e stranieri si fermano, leggono la targa, riprendono a salire. In estate la scalinata diventa un giardino verticale curato dai residenti; a novembre restano la pietra, il laterizio, poche piante resistenti. Dal basso la prospettiva impressiona, dalla cima si apre la vista sulla campagna ordinata in filari di vigne e oliveti. L’olio extravergine e il Verdicchio dei Castelli di Jesi raccontano un territorio agricolo che continua a dialogare con il borgo.


